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    Buonuscita per licenziamento: come funziona e quanto spetta

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    La buonuscita per licenziamento nel settore privato non è un importo fisso previsto dalla legge: è una somma che si aggiunge al TFR e alle altre competenze finali, e nasce da un accordo con l'azienda oppure dall'indennità riconosciuta quando il licenziamento è illegittimo. Il suo valore dipende dall'anzianità, dalle dimensioni dell'azienda e soprattutto da quanto è debole la posizione del datore di lavoro.

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    Che cos'è la buonuscita per licenziamento nel settore privato?

    È una somma di denaro che il datore di lavoro riconosce al lavoratore al momento della cessazione del rapporto, in aggiunta al TFR e a tutto ciò che è già maturato. Serve a chiudere in via definitiva una controversia già aperta o solo potenziale sul licenziamento.

    Il termine non compare nelle norme sul lavoro privato: nella pratica indica l'incentivo all'esodo, la somma pattuita in una transazione oppure l'indennità che chiude la vertenza sul licenziamento. Nel pubblico impiego, invece, la buonuscita è il trattamento di fine servizio, cioè la liquidazione vera e propria: due cose diverse, che spesso vengono confuse.

    Quello che la buonuscita non è mai: un sostituto del trattamento di fine rapporto. Il TFR spetta in ogni caso, anche in caso di dimissioni o di licenziamento per giusta causa, e va pagato per intero a parte.

    Quando spetta la buonuscita e quando no?

    Non esiste un diritto automatico alla buonuscita. Spetta quando il datore di lavoro ha un interesse concreto a evitare una causa, perché il licenziamento presenta punti deboli o perché il lavoratore ha altre pretese da far valere.

    Le situazioni in cui una buonuscita viene più spesso riconosciuta:

    • licenziamento per motivo economico senza una reale soppressione del posto o senza aver verificato altre collocazioni
    • licenziamento disciplinare fondato su fatti non provati o su procedura sbagliata
    • mansioni superiori svolte a lungo senza il riconoscimento del livello e delle differenze retributive
    • straordinari, ferie o retribuzioni non pagate
    • richiesta dell'azienda di uscita consensuale, per esempio in una riorganizzazione
    • presenza di un patto di non concorrenza da risolvere o da compensare

    Non spetta nulla a titolo di buonuscita se il rapporto si chiude con dimissioni senza alcuna contestazione, o se semplicemente non si raggiunge un accordo. In quest'ultimo caso restano il TFR, le competenze finali, la NASpI se ne ricorrono i presupposti e la possibilità di andare davanti al giudice.

    Come funziona l'offerta conciliativa che può arrivare dopo il licenziamento?

    Per chi è stato assunto dal 7 marzo 2015 in poi, la legge prevede una forma tipica di buonuscita: entro il termine per impugnare il licenziamento, il datore di lavoro può offrire con assegno circolare, in una sede protetta, una somma parametrata agli anni di servizio. Accettarla chiude il rapporto alla data del licenziamento e comporta la rinuncia a impugnarlo.

    Dimensione del datore di lavoroSomma per ogni anno di servizioMinimoMassimo
    Oltre 15 dipendentiuna mensilità della retribuzione usata per il TFR3 mensilità27 mensilità
    Fino a 15 dipendentimezza mensilità1,5 mensilità13,5 mensilità

    Il grande vantaggio di questa somma è fiscale: non è reddito imponibile e non è soggetta a contributi, quindi arriva netta. Nulla vieta di concordare, nello stesso verbale, un importo ulteriore a titolo transattivo: quella parte aggiuntiva segue invece le regole fiscali ordinarie.

    Accettare l'offerta non è obbligatorio. Chi la rifiuta conserva il diritto di impugnare il licenziamento e di chiedere in giudizio quanto previsto per il licenziamento illegittimo.

    Quante mensilità spettano se il licenziamento è illegittimo?

    Dipende da due elementi: la data di assunzione e il numero di dipendenti dell'azienda. Sono questi importi il vero metro con cui si misura una proposta di buonuscita, perché rappresentano ciò che si potrebbe ottenere in causa.

    Vizio del licenziamentoAssunti dal 7 marzo 2015Assunti prima del 7 marzo 2015, oltre 15 dipendenti
    Nullo, discriminatorio o intimato a vocereintegrazione e risarcimento non inferiore a 5 mensilitàreintegrazione e risarcimento non inferiore a 5 mensilità
    Fatto contestato insussistentereintegrazione e indennità fino a 12 mensilitàreintegrazione e indennità fino a 12 mensilità
    Ingiustificato negli altri casida 6 a 36 mensilitàda 12 a 24 mensilità
    Vizi di forma o di procedurada 2 a 12 mensilitàda 6 a 12 mensilità

    Nelle aziende fino a 15 dipendenti gli importi sono più bassi: per chi è stato assunto dal 7 marzo 2015 sono dimezzati, mentre per chi è stato assunto prima il datore deve riassumere oppure pagare un'indennità fra 2,5 e 6 mensilità.

    Quando è disposta la reintegrazione, il lavoratore può rinunciare al rientro e chiedere al suo posto un'indennità di 15 mensilità, non soggetta a contributi.

    Da cosa dipende l'importo della buonuscita?

    L'importo non si calcola con una formula: si negozia. Il peso decisivo lo hanno la fragilità del licenziamento e la somma di tutte le pretese che il lavoratore può far valere.

    Gli elementi che spostano davvero la cifra:

    • l'anzianità di servizio, che moltiplica quasi tutte le voci indennitarie
    • il numero di dipendenti dell'azienda, che determina il tipo di tutela applicabile
    • la retribuzione e l'inquadramento, con regole particolari per i dirigenti, tutelati dal contratto collettivo e non dalla disciplina comune sui licenziamenti
    • la solidità dei motivi del licenziamento e la correttezza della procedura seguita
    • le pretese ulteriori sul rapporto già concluso, come mansioni superiori, straordinari, differenze retributive
    • l'eventuale patto di non concorrenza, il periodo di preavviso non lavorato, i bonus maturati
    • il tempo: un accordo rapido vale meno di una causa vinta, ma evita anni di attesa e il rischio di perderla

    Cosa spetta comunque, oltre alla buonuscita?

    Indipendentemente da ogni accordo, alla fine del rapporto vanno pagate tutte le competenze maturate. La buonuscita si somma a queste voci e non le assorbe.

    • il TFR, pari per ogni anno alla retribuzione annua divisa per 13,5, con la rivalutazione annuale prevista dalla legge
    • i ratei di tredicesima e di eventuale quattordicesima secondo il contratto collettivo applicato
    • le ferie non godute, monetizzabili proprio perché il rapporto è cessato, e i permessi residui
    • il preavviso o, se il datore non lo fa lavorare, la relativa indennità sostitutiva, che non spetta solo in caso di licenziamento per giusta causa

    A queste somme si aggiunge un costo che non arriva in busta paga: il datore di lavoro versa all'INPS un contributo dovuto per l'interruzione del rapporto a tempo indeterminato. È una somma che finanzia gli ammortizzatori sociali, non un importo spettante al lavoratore.

    La buonuscita fa perdere la NASpI?

    No, se il rapporto si chiude con un licenziamento: la disoccupazione spetta a chi perde involontariamente il lavoro e la somma aggiuntiva non incide sul diritto. Anche accettare l'offerta conciliativa lascia intatta la NASpI, perché il rapporto resta cessato per licenziamento.

    Il punto delicato è la formula usata nell'accordo. Se l'uscita viene qualificata come risoluzione consensuale o come dimissioni, il diritto alla NASpI si perde, salvo i casi in cui la legge la riconosce comunque, cioè la risoluzione consensuale raggiunta nella procedura davanti all'Ispettorato del lavoro per il licenziamento economico e le dimissioni per giusta causa.

    Prima di firmare vale la pena verificare che la causale di cessazione indicata nel verbale e nella comunicazione all'INPS corrisponda davvero a un licenziamento.

    Come viene tassata la buonuscita?

    Non tutte le somme pagate alla fine del rapporto sono tassate allo stesso modo: il trattamento dipende dalla voce con cui vengono qualificate nell'accordo. L'offerta conciliativa nei limiti di legge non è tassata e non sconta contributi, quindi arriva netta per intero.

    Le somme riconosciute invece per voci retributive arretrate, come differenze di livello o straordinari, seguono la tassazione propria di quelle voci: due proposte dello stesso importo lordo possono quindi valere cifre nette molto diverse. Per un quadro dettagliato sul trattamento fiscale è possibile leggere la guida Tassazione buonuscita licenziamento: come funziona e calcolo.

    Entro quando va impugnato il licenziamento per poter trattare?

    Il licenziamento va contestato per iscritto entro 60 giorni dalla comunicazione, e poi il ricorso al giudice o la richiesta di conciliazione o arbitrato va depositata entro i successivi 180 giorni. Scaduti questi termini il licenziamento diventa inattaccabile e la forza contrattuale per ottenere una buonuscita si azzera.

    Anche l'offerta conciliativa dell'azienda ha una finestra: può essere fatta entro il termine di 60 giorni previsto per l'impugnazione. Impugnare non chiude la porta alla trattativa: la tiene aperta, perché conserva il diritto di andare in causa se l'accordo non arriva.

    Cosa controllare prima di firmare l'accordo?

    Un accordo sulla buonuscita quasi sempre contiene rinunce a ogni pretesa passata, non solo al licenziamento. Una volta firmato in sede protetta, non è più impugnabile.

    Punti da verificare riga per riga:

    • se le somme elencate comprendono già TFR, ferie e tredicesima o si aggiungono a queste
    • quali voci sono qualificate come incentivo all'esodo e quali come arretrati, perché cambia il netto
    • l'ampiezza della rinuncia: solo il licenziamento oppure ogni diritto derivante dal rapporto
    • la causale di cessazione comunicata all'INPS
    • la sorte del patto di non concorrenza e di eventuali benefit o piani di incentivazione
    • la data di pagamento e la presenza di garanzie in caso di importi rateizzati
    • la sede in cui l'accordo viene firmato, perché le conciliazioni davanti alle commissioni, in sede sindacale o nelle altre sedi protette sono definitive

    Per quali motivi si può essere licenziati a tempo indeterminato?

    Il contratto a tempo indeterminato non è inattaccabile, ma il licenziamento deve avere una motivazione scritta e riconducibile alla legge: la giusta causa, cioè un fatto così grave da non consentire la prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto, oppure il giustificato motivo, soggettivo se legato a un grave inadempimento, oggettivo se legato a ragioni di produzione o organizzazione.

    Fuori da questi casi il licenziamento è illegittimo. È inoltre nullo se discriminatorio, se intimato solo a voce o se adottato nei periodi protetti, per esempio quelli legati a matrimonio, maternità e paternità: in queste ipotesi la tutela è la reintegrazione, a prescindere dalle dimensioni dell'azienda.

    Cosa succede in pratica

    Un impiegato assunto a tempo indeterminato nel 2017 in un'azienda con 40 dipendenti riceve una lettera di licenziamento per riorganizzazione dopo 8 anni di servizio. La retribuzione mensile utile per il TFR è di 2.200 euro.

    Cosa gli spetta in ogni caso:

    • TFR: retribuzione annua di 28.600 euro divisa per 13,5, cioè circa 2.118 euro l'anno, per 8 anni, quindi circa 16.950 euro oltre alla rivalutazione
    • ratei di tredicesima, ferie e permessi non goduti secondo i giorni residui
    • indennità sostitutiva del preavviso se l'azienda lo esonera dal lavorarlo

    Sul fronte buonuscita, l'azienda gli propone l'offerta conciliativa pari a 8 mensilità, cioè 17.600 euro, somma che arriva netta perché esente da imposte e contributi.

    Il termine di riferimento per valutarla è quanto potrebbe ottenere in causa: se il giudice ritenesse il licenziamento ingiustificato, l'indennità andrebbe da 6 a 36 mensilità, cioè da 13.200 a 79.200 euro lordi. Se il posto non è stato realmente soppresso e l'azienda ha assunto un'altra persona con le stesse mansioni, la proposta iniziale è bassa e c'è spazio per trattare; se la riorganizzazione è documentata, accettare subito può essere la scelta più conveniente.

    Le date da tenere a mente: 60 giorni dalla lettera per impugnare, gli stessi 60 giorni entro cui può arrivare l'offerta conciliativa, e 180 giorni ulteriori per il deposito del ricorso.

    Hai ancora dubbi sulla buonuscita dopo il licenziamento?

    Capire se una proposta è in linea con quanto si potrebbe ottenere, o se conviene impugnare, richiede di leggere insieme la lettera di licenziamento, la busta paga e il testo dell'accordo. Qualora ti servisse supporto per valutare la tua situazione specifica, puoi cliccare il bottone che trovi qui sotto e parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in buonuscita e licenziamento a tempo indeterminato nel settore privato.

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