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    Criteri per il licenziamento: quali sono e quando si applicano

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    Affrontare un licenziamento, o anche solo il timore che possa accadere, è una situazione complessa e spesso fonte di grande preoccupazione. Le regole che lo disciplinano sono precise e conoscerle è il primo passo per tutelare i propri diritti. In questo articolo troverai una guida chiara sui criteri che la legge prevede per il licenziamento e sulle circostanze in cui possono essere applicati.

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    In quali casi si può licenziare un dipendente?

    Il licenziamento rappresenta l'atto con cui il datore di lavoro pone fine unilateralmente al rapporto di lavoro. La legge italiana prevede che tale decisione non sia mai arbitraria, ma debba sempre fondarsi su una motivazione valida e dimostrabile.

    Le motivazioni si distinguono in due grandi categorie, che a loro volta determinano la tipologia di licenziamento: individuale o collettivo. Il primo riguarda un singolo lavoratore, mentre il secondo coinvolge almeno cinque dipendenti nell'arco di 120 giorni.

    Quali sono i motivi per un licenziamento individuale?

    Il licenziamento di un singolo dipendente può avvenire solo in presenza di specifiche cause, che la legge raggruppa in tre tipologie principali.

    • Licenziamento per giusta causa: si verifica in presenza di una mancanza talmente grave da parte del lavoratore da non consentire la prosecuzione, nemmeno per un giorno, del rapporto di lavoro. In questo caso il licenziamento è immediato, senza preavviso. Esempi includono il furto in azienda, la violenza o le minacce.
    • Licenziamento per giustificato motivo soggettivo: è causato da un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore, ma meno grave rispetto alla giusta causa. L'abbandono ingiustificato del posto di lavoro o il reiterato scarso rendimento ne sono esempi. Qui è previsto il periodo di preavviso.
    • Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: non dipende da una colpa del lavoratore, ma da ragioni legate all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro o al suo regolare funzionamento. Ad esempio, la soppressione di una specifica mansione o una crisi aziendale che impone una riduzione del personale.

    Come si decide chi licenziare in un licenziamento collettivo?

    Quando un'azienda, per crisi o riorganizzazione, ha bisogno di ridurre il personale attraverso un licenziamento collettivo, non può scegliere arbitrariamente i dipendenti da licenziare. La legge - in particolare la n. 223/1991 - stabilisce dei criteri di scelta precisi, a meno che non siano presenti accordi sindacali che ne prevedano di diversi.

    I criteri legali, da applicare in concorso tra loro, sono:

    • Carichi di famiglia: si valuta la situazione familiare del dipendente, dando priorità a chi ha familiari a carico.
    • Anzianità di servizio: si tiene conto del tempo trascorso dal dipendente in azienda.
    • Esigenze tecnico-produttive e organizzative: si considerano le competenze e le mansioni dei lavoratori in relazione alle necessità aziendali residue.

    La scelta deve quindi risultare da una valutazione combinata di questi tre fattori, per garantire equità e trasparenza.

    Chi ha un contratto a tempo indeterminato può essere licenziato?

    Sì, anche un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato può essere licenziato. Questo tipo di contratto offre maggiori tutele rispetto ad altri, ma non rappresenta una garanzia assoluta contro la perdita del posto di lavoro.

    Il licenziamento è possibile solo se sussiste una delle motivazioni che abbiamo visto in precedenza: una giusta causa, un giustificato motivo soggettivo o un giustificato motivo oggettivo. In assenza di una di queste ragioni, il licenziamento viene considerato illegittimo e il lavoratore ha diritto a tutele specifiche, che possono includere il reintegro nel posto di lavoro o un risarcimento economico.

    Cosa paga il datore di lavoro se ti licenzia?

    Alla cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al dipendente alcune somme.

    Le principali sono:

    • Il Trattamento di Fine Rapporto, o TFR, maturato durante l'intero periodo di lavoro.
    • L'indennità di mancato preavviso, nel caso di licenziamento per giustificato motivo in cui il datore di lavoro decida di non far lavorare il dipendente durante il periodo di preavviso previsto dal contratto.
    • Le spettanze di fine rapporto, come le ferie e i permessi non goduti, le mensilità aggiuntive maturate - tredicesima e quattordicesima, se prevista.

    Se il licenziamento viene dichiarato illegittimo da un giudice, può essere previsto anche un risarcimento del danno.

    Cos'è il licenziamento silenzioso?

    Il licenziamento silenzioso, o "quiet firing", non è una procedura di licenziamento formale, ma un insieme di comportamenti messi in atto dal datore di lavoro. L'obiettivo è creare un ambiente di lavoro ostile o demotivante per spingere il dipendente a dare le dimissioni volontariamente.

    Questi comportamenti possono includere l'assegnazione di compiti dequalificanti, la mancata concessione di aumenti o promozioni, l'esclusione da progetti importanti o una comunicazione assente. Sebbene non sia un licenziamento vero e proprio, può configurare condotte illegittime come il mobbing o il demansionamento.

    Hai ancora dubbi sui criteri per il licenziamento?

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