Perdere il lavoro può essere un'esperienza profondamente destabilizzante, che spesso va oltre le semplici preoccupazioni economiche. Se l'impatto psicologico di un licenziamento ti sta causando sofferenza, è importante sapere che non sei solo e che esistono delle tutele. In questo articolo, esploreremo i sintomi più comuni della depressione post licenziamento e i diritti che ti proteggono in questa delicata fase.
Per affrontare la situazione con maggiore sicurezza, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina e parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in materia di licenziamenti e delle loro conseguenze psicologiche e legali.
Quali sono le conseguenze psicologiche di un licenziamento?
Un licenziamento, soprattutto se inaspettato, può innescare una serie di reazioni emotive intense, del tutto simili a quelle di un lutto. La perdita del ruolo professionale può infatti incidere profondamente sull'autostima e sul senso di identità.
Le conseguenze psicologiche più comuni possono includere:
- Senso di fallimento, vergogna e inadeguatezza.
- Ansia e preoccupazione costante per il futuro economico e professionale.
- Perdita della routine quotidiana e della struttura sociale legata al lavoro.
- Sentimenti di rabbia e ingiustizia nei confronti dell'ex datore di lavoro.
- Isolamento sociale e tendenza a ritirarsi da amici e familiari.
Quando questi stati d'animo diventano persistenti e invalidanti, è fondamentale rivolgersi a un medico, che potrà diagnosticare un eventuale stato depressivo.
Quanti mesi di malattia si possono fare per depressione?
Non esiste un numero di mesi fisso e uguale per tutti. Il periodo massimo di assenza per malattia-inclusa la depressione diagnosticata-durante il quale il lavoratore ha diritto alla conservazione del posto di lavoro è definito "periodo di comporto".
La sua durata non è stabilita dalla legge in modo universale, ma dipende da quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro-CCNL-applicato al rapporto.
Superato questo limite, il datore di lavoro ha la facoltà di licenziare il dipendente per superamento del periodo di comporto. È quindi essenziale verificare cosa prevede il proprio CCNL di riferimento.
È meglio licenziarsi o farsi licenziare?
Dal punto di vista delle tutele successive, la differenza è sostanziale e riguarda principalmente l'accesso all'indennità di disoccupazione, nota come NASpI.
La scelta tra le due opzioni comporta conseguenze molto diverse:
- Farsi licenziare: Il licenziamento, salvo che avvenga per giusta causa, dà quasi sempre diritto a presentare la domanda per la NASpI, un sostegno economico fondamentale mentre si cerca una nuova occupazione.
- Licenziarsi: Le dimissioni volontarie, al contrario, non danno diritto alla NASpI, poiché la perdita del lavoro è frutto di una scelta del lavoratore. L'unica eccezione rilevante è rappresentata dalle dimissioni per giusta causa, ad esempio a seguito di mobbing o mancato pagamento dello stipendio, che sono equiparate a un licenziamento e permettono di accedere all'indennità.
Hai dubbi sulla depressione post licenziamento e sui tuoi diritti?
Qualora desiderassi un parere sulla tua situazione specifica, per capire quali sono i tuoi diritti e come puoi tutelarti, puoi compilare il modulo che trovi qui sotto per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza nelle tutele del lavoratore in caso di licenziamento e malattia.