L'assenza ingiustificata e prolungata dal posto di lavoro è una situazione delicata, che da qualche tempo può portare a una risoluzione del rapporto nota come dimissioni per fatti concludenti. Si tratta di un meccanismo che interpreta il comportamento del lavoratore come una chiara volontà di interrompere il contratto.
In questo articolo, vedremo come funziona questa procedura, con un'attenzione particolare a un aspetto fondamentale: come viene determinata la data esatta di cessazione del rapporto.
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Cosa sono le dimissioni per fatti concludenti?
Le dimissioni per fatti concludenti non sono un licenziamento, ma una forma di risoluzione del rapporto di lavoro che viene presunta sulla base del comportamento del lavoratore.
In pratica, se un dipendente si assenta dal lavoro per un periodo prolungato senza fornire alcuna giustificazione, la legge interpreta questa sua assenza come una volontà implicita di dimettersi.
Questa procedura è stata introdotta per risolvere situazioni di stallo in cui il lavoratore sparisce senza formalizzare le proprie dimissioni, lasciando il datore di lavoro in una condizione di incertezza.
Come funziona la procedura?
La legge stabilisce un percorso preciso che il datore di lavoro deve seguire per poter considerare valido questo tipo di dimissioni. La procedura si articola in questi passaggi:
- Assenza ingiustificata del lavoratore: Il tutto ha inizio quando il dipendente non si presenta al lavoro senza comunicare alcun motivo valido.
- Invito del datore di lavoro: L'azienda deve inviare al lavoratore una comunicazione formale, solitamente una raccomandata, con cui lo invita a riprendere servizio entro una data precisa.
- Scadenza del termine: Se il lavoratore non si presenta entro il termine indicato nell'invito - che per prassi non è inferiore a 15 giorni dalla data di ricevimento della comunicazione - il rapporto di lavoro si considera risolto.
Se il lavoratore non risponde e non rientra al lavoro, si attiva la risoluzione per fatti concludenti.
Come viene stabilita la data di cessazione del rapporto?
Questo è il punto più importante e spesso fonte di dubbi. La data di cessazione del rapporto di lavoro non coincide con il giorno in cui scadono i 15 giorni dell'invito.
La legge stabilisce che la data di cessazione retroagisce al primo giorno di assenza ingiustificata del lavoratore.
Il periodo che intercorre tra il primo giorno di assenza e la conclusione della procedura serve solo a formalizzare una volontà che, per la legge, si è già manifestata con l'abbandono del posto di lavoro.
Quali sono le conseguenze per il lavoratore?
Sebbene la risoluzione avvenga per un comportamento del lavoratore, le conseguenze non sono quelle di dimissioni volontarie classiche. Il lavoratore infatti:
- Ha diritto a percepire l'indennità di disoccupazione NASpI, poiché la cessazione è considerata una conseguenza di un atto unilaterale del datore di lavoro che formalizza la risoluzione.
- Ha diritto al pagamento del Trattamento di Fine Rapporto - TFR - e di tutte le altre competenze di fine rapporto, come ferie e permessi non goduti.
- Non è tenuto a rispettare il periodo di preavviso, e di conseguenza il datore di lavoro non può trattenergli la relativa indennità sostitutiva.
Quali sono gli obblighi del datore di lavoro?
Anche il datore di lavoro ha degli obblighi precisi da rispettare. Oltre a seguire la procedura di invito, deve:
- Effettuare la comunicazione obbligatoria di cessazione del rapporto di lavoro - modello Unilav - entro cinque giorni dalla scadenza del termine concesso al lavoratore.
- Versare il cosiddetto ticket di licenziamento, ovvero il contributo dovuto all'INPS per ogni interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato che darebbe diritto alla NASpI.
- Liquidare al lavoratore tutte le spettanze di fine rapporto maturate.
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