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    Licenziamento e naspi nuove regole: quando non spetta

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    Le recenti modifiche alla normativa sulla NASpI hanno introdotto novità importanti, che possono generare dubbi e incertezze in chi si trova ad affrontare la fine di un rapporto di lavoro. Comprendere esattamente quando spetta l'indennità di disoccupazione è fondamentale per non perdere un sostegno economico cruciale.

    In questo articolo faremo chiarezza sui casi specifici in cui, a seguito di un licenziamento, l'indennità potrebbe non essere riconosciuta, soprattutto alla luce delle nuove regole previste per il biennio 2025-2026. Se preferisci farti guidare da un esperto per avere certezze sulla tua posizione, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in materia di licenziamento e diritto alla NASpI.

    Quale tipo di licenziamento non dà diritto alla NASpI?

    La regola generale prevede che la NASpI spetti ai lavoratori che hanno perso involontariamente il proprio impiego. Di conseguenza, i principali casi di esclusione dal diritto alla disoccupazione sono:

    • Dimissioni volontarie, tranne in casi specifici come la giusta causa.
    • Risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, salvo eccezioni previste dalla legge.

    Tuttavia, le nuove normative hanno introdotto ulteriori casistiche, equiparando di fatto alcuni comportamenti del lavoratore a una dimissione volontaria, con la conseguente perdita del diritto all'indennità.

    Cosa cambia con le nuove regole NASpI 2025-2026?

    Le nuove disposizioni, pensate per contrastare comportamenti elusivi, introducono una stretta su due scenari principali. L'obiettivo è assicurare che l'indennità di disoccupazione sia un reale sostegno per chi perde il lavoro contro la propria volontà.

    Le principali novità sono:

    • Stretta sulle dimissioni seguite da riassunzione: Se un lavoratore si dimette volontariamente, viene riassunto da un nuovo datore di lavoro entro 12 mesi e successivamente viene licenziato, avrà diritto alla NASpI solo se ha lavorato nel nuovo impiego per almeno 13 settimane. In caso contrario, il licenziamento non darà accesso all'indennità.
    • Assenza ingiustificata equiparata a dimissioni: L'assenza ingiustificata del lavoratore per un periodo superiore ai 15 giorni consecutivi, che porti al licenziamento, viene ora considerata a tutti gli effetti una manifestazione di volontà di dimettersi. Di conseguenza, non darà diritto alla NASpI.

    Inoltre, con la Circolare INPS di riferimento, è stato fissato l'importo massimo mensile dell'indennità per il 2026, che ammonta a 1.584,70 euro.

    Se vengo licenziato per assenza ingiustificata perdo la NASpI?

    Sì, in base alle nuove regole, il licenziamento disciplinare causato da un'assenza ingiustificata e protratta per più di 15 giorni consecutivi non consente di accedere alla NASpI.

    Questa modifica legislativa interpreta l'assenza prolungata e senza motivazione come un'azione che di fatto equivale a una dimissione volontaria, escludendo quindi la natura "involontaria" della perdita del lavoro, requisito essenziale per ottenere l'indennità.

    È importante notare che questa regola riguarda l'accesso alla disoccupazione, ma non pregiudica il diritto del lavoratore a ricevere il Trattamento di Fine Rapporto - TFR - maturato.

    Come posso licenziarmi per giusta causa e prendere la NASpI?

    Le dimissioni per giusta causa rappresentano la principale eccezione alla regola che esclude dalla NASpI chi lascia volontariamente il lavoro. Si tratta di una situazione in cui il lavoratore è costretto a dimettersi a causa di un comportamento grave del datore di lavoro, che non consente la prosecuzione, neanche provvisoria, del rapporto.

    Alcuni esempi di giusta causa che danno diritto alla NASpI sono:

    • Mancato o ritardato pagamento della retribuzione.
    • Comportamenti di mobbing.
    • Molestie sessuali sul luogo di lavoro.
    • Modifiche peggiorative delle mansioni.
    • Spostamento della sede di lavoro non giustificato da comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

    In questi casi, la dimissione è considerata una conseguenza diretta di un atto illecito altrui e, pertanto, equiparata a una perdita involontaria del lavoro.

    È meglio licenziarsi o farsi licenziare?

    Questa è una domanda molto comune, la cui risposta dipende interamente dagli obiettivi e dalla situazione personale del lavoratore. Non esiste una scelta "migliore" in assoluto, ma solo conseguenze diverse.

    Dal punto di vista dell'accesso alla NASpI, la differenza è netta:

    • Licenziarsi volontariamente, in assenza di una giusta causa, preclude l'accesso all'indennità di disoccupazione.
    • Farsi licenziare, ovvero subire un licenziamento per giustificato motivo oggettivo o soggettivo, garantisce generalmente il diritto a percepire la NASpI.

    La decisione deve tenere conto di molteplici fattori, incluse le prospettive di un nuovo impiego e le implicazioni legali di ciascuna opzione.

    Quanti mesi dura la NASpI?

    La durata della NASpI non è fissa, ma dipende dalla storia contributiva del lavoratore. L'indennità viene corrisposta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni.

    La durata massima, in ogni caso, non può superare i 24 mesi. Pertanto, si ha diritto a due anni di NASpI solo se si hanno almeno quattro anni pieni di contributi nel quadriennio precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro.

    Non esistono regole specifiche che alterano la durata della NASpI in base all'età del richiedente, neanche per chi ha superato i 50 anni. La regola del calcolo rimane la stessa per tutti.

    Hai ancora dubbi su licenziamento e NASpI?

    Qualora desiderassi valutare la tua situazione specifica per capire come le nuove normative impattano sui tuoi diritti, puoi compilare il modulo che trovi qui sotto per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza nelle procedure di licenziamento e nelle normative sulla NASpI.

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