Licenziamento ingiustificato: quando, cosa fare e indennità

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    Un licenziamento è ingiustificato quando manca una giusta causa o un giustificato motivo, oppure quando non sono rispettate la forma scritta, la motivazione o la procedura. Va contestato per iscritto entro 60 giorni dalla comunicazione e, a seconda del vizio, può portare alla reintegrazione nel posto di lavoro o a un'indennità che arriva fino a 36 mensilità.

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    Quando un licenziamento è ingiustificato?

    Un rapporto a tempo indeterminato non può essere interrotto dall'azienda senza una ragione: serve una giusta causa o un giustificato motivo. Se quella ragione non esiste, non è provata o non è abbastanza grave, il licenziamento è ingiustificato e può essere contestato.

    I casi in cui un licenziamento risulta illegittimo si raggruppano così:

    • manca la giusta causa, cioè un fatto talmente grave da non consentire la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto;
    • manca il giustificato motivo soggettivo, cioè un notevole inadempimento degli obblighi del lavoratore;
    • manca il giustificato motivo oggettivo, cioè una ragione reale legata all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro o al suo regolare funzionamento;
    • il provvedimento è stato comunicato a voce, mentre servono la forma scritta e l'indicazione dei motivi;
    • non è stata rispettata la procedura disciplinare, che impone la contestazione scritta dell'addebito e il diritto di difendersi;
    • il licenziamento è discriminatorio o nullo, per esempio quello legato al matrimonio o quello intimato alla lavoratrice madre.

    Per i licenziamenti economici nelle aziende sopra i 15 dipendenti riferiti a chi è stato assunto fino al 6 marzo 2015, l'azienda deve inoltre attivare un tentativo di conciliazione davanti all'Ispettorato del lavoro prima di licenziare: l'omissione è un altro vizio contestabile.

    Come si riconosce un motivo inesistente o sproporzionato?

    Il datore di lavoro resta vincolato ai motivi che ha messo per iscritto e in giudizio non può sostituirli con altri. Per questo il primo controllo si fa sulla lettera di licenziamento.

    Gli elementi che più spesso fanno cadere la motivazione sono:

    • una crisi o una riorganizzazione dichiarata ma mai realizzata, con nuove assunzioni sulla stessa posizione poco dopo;
    • il ruolo formalmente soppresso e poi riassegnato ad altri, magari con una denominazione diversa;
    • la mancata verifica di una ricollocazione del lavoratore in altre mansioni disponibili;
    • una sanzione sproporzionata rispetto all'addebito: un errore isolato o una condotta tollerata in azienda per prassi difficilmente giustifica l'espulsione;
    • una contestazione disciplinare generica o tardiva, o il provvedimento adottato senza attendere le difese del lavoratore;
    • il recesso che segue una malattia, una gravidanza, una richiesta di permessi o una protesta del dipendente, e ne appare la reazione.

    Cosa fare se si riceve un licenziamento ingiusto?

    Il lavoratore deve contestare il licenziamento con un atto scritto entro 60 giorni dalla ricezione della comunicazione, o dalla comunicazione dei motivi se arriva dopo. Superato quel termine, il diritto di impugnare si perde anche se il vizio era evidente.

    I passaggi, nell'ordine:

    • inviare l'impugnazione al datore di lavoro con un mezzo che dia prova della data, come la PEC o la raccomandata con avviso di ricevimento;
    • entro i successivi 180 giorni, depositare il ricorso al Tribunale del lavoro oppure chiedere alla controparte una conciliazione o un arbitrato, altrimenti l'impugnazione diventa inefficace;
    • se la conciliazione è rifiutata o non si trova l'accordo, depositare il ricorso entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.

    La richiesta di conciliazione si può presentare all'Ispettorato territoriale del lavoro competente.

    Conviene raccogliere subito lettera di licenziamento, contratto, ultime buste paga, eventuale contestazione disciplinare e le proprie giustificazioni, comunicazioni aziendali ed e-mail utili a dimostrare che il motivo indicato non corrisponde alla realtà.

    La legge fissa i termini per agire, non la durata del giudizio: i tempi della causa dipendono dal tribunale e dalla complessità dell'istruttoria, mentre l'impugnazione scritta non impedisce di cercare e accettare un altro lavoro.

    Qual è l'indennità per un licenziamento ingiustificato?

    L'importo dipende da tre elementi che si incrociano: il tipo di vizio accertato dal giudice, la data di assunzione e il numero di dipendenti dell'azienda. La base di calcolo è l'ultima retribuzione di riferimento per il TFR.

    SituazioneAssunti fino al 6 marzo 2015Assunti dal 7 marzo 2015
    Licenziamento nullo, discriminatorio o oraleReintegrazione e indennità non inferiore a 5 mensilità, con i contributiReintegrazione e indennità non inferiore a 5 mensilità, con i contributi
    Addebito disciplinare insussistenteReintegrazione e indennità fino a 12 mensilitàReintegrazione e indennità fino a 12 mensilità
    Manca la giusta causa o il giustificato motivo, oltre 15 dipendentiIndennità da 12 a 24 mensilitàIndennità da un minimo di 6 a un massimo di 36 mensilità, quantificata dal giudice
    Vizi formali o proceduraliIndennità da 6 a 12 mensilitàIndennità da un minimo di 2 a un massimo di 12 mensilità, quantificata dal giudice
    Aziende fino a 15 dipendentiRiassunzione oppure indennità da 2,5 a 6 mensilitàIndennità dimezzate, senza più un tetto massimo di 6 mensilità

    L'importo non è un automatismo legato alla sola anzianità di servizio: il giudice valuta anche il numero dei dipendenti, le dimensioni dell'attività economica, il comportamento e le condizioni delle parti.

    Quando si ottiene il reintegro invece dell'indennità?

    La reintegrazione nel posto di lavoro è riservata ai vizi più gravi: licenziamento discriminatorio, nullo nei casi previsti dalla legge, comunicato a voce, oppure fondato su un fatto materiale contestato che si rivela inesistente. In tutti gli altri casi la tutela è solo economica.

    Chi ottiene la reintegrazione può scegliere, in alternativa al rientro, un'indennità pari a 15 mensilità che chiude il rapporto.

    L'azienda può tornare indietro o proporre una somma?

    Sì, e sono due strade distinte. Il datore di lavoro può revocare il licenziamento entro 15 giorni dalla comunicazione dell'impugnazione: in quel caso il rapporto riprende senza interruzione e spetta la retribuzione maturata prima della revoca.

    In alternativa può offrire, entro 60 giorni dal licenziamento, una somma netta di una mensilità per anno di servizio, da un minimo di 3 a un massimo di 27 mensilità, tramite assegno circolare e in una sede protetta come la commissione di conciliazione presso l'Ispettorato del lavoro o la sede sindacale. L'accettazione equivale a rinuncia all'impugnazione, anche se già proposta, e chiude definitivamente la questione.

    Quante assenze ingiustificate servono per essere licenziati?

    La legge non indica un numero: è il contratto collettivo applicato al rapporto, consultabile nell'archivio nazionale dei contratti, a stabilire dopo quanti giorni di assenza non giustificata scatta il licenziamento e quando invece si applica una sanzione più leggera.

    Anche in questi casi il licenziamento è valido solo se l'azienda contesta l'addebito per iscritto e attende almeno 5 giorni per le difese del lavoratore. Un'assenza isolata, comunicata anche se con ritardo o dovuta a un impedimento documentabile, difficilmente regge come motivo di espulsione: la sproporzione fra il fatto e la sanzione è uno dei motivi più frequenti di illegittimità.

    Il licenziamento per giusta causa fa perdere TFR e NASpI?

    Il TFR spetta sempre: è dovuto in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato, qualunque sia il motivo del licenziamento. Quello che si perde con la giusta causa è l'indennità sostitutiva del preavviso, perché il rapporto si interrompe subito.

    La NASpI spetta a chi perde involontariamente l'occupazione, e il licenziamento rientra in questa condizione: la domanda va presentata entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto.

    Cosa succede in pratica

    Un impiegato assunto a tempo indeterminato nel marzo 2018 in un'azienda con 40 dipendenti riceve il 10 marzo una lettera che motiva il recesso con la soppressione del suo ruolo per riorganizzazione. Due mesi dopo l'azienda pubblica un annuncio per la stessa posizione. La retribuzione di riferimento per il TFR è di 2.000 euro al mese e l'anzianità è di 7 anni.

    I passaggi e gli importi:

    • impugnazione scritta via PEC entro il 9 maggio, cioè 60 giorni dalla ricezione della lettera;
    • ricorso al Tribunale del lavoro o richiesta di conciliazione entro i 180 giorni successivi, quindi entro i primi giorni di novembre;
    • se in giudizio emerge che il fatto posto a base del licenziamento economico non sussiste, spetta la reintegrazione nel posto di lavoro; nelle altre ipotesi di motivo oggettivo non giustificato il giudice riconosce un'indennità da un minimo di 6 a un massimo di 36 mensilità, cioè tra 12.000 e 72.000 euro;
    • se invece l'azienda preferisce chiudere subito, può offrire una mensilità per anno di servizio in sede protetta, cioè 7 mensilità pari a 14.000 euro netti, entro il minimo di 3 e il massimo di 27 mensilità;
    • il TFR maturato e i ratei di ferie, tredicesima e permessi non goduti restano dovuti in ogni caso.

    Fonti: Legge 604/1966 · Codice civile · Legge 300/1970 · D.lgs. 23/2015 · D.lgs. 22/2015 · Ispettorato nazionale del lavoro · cliclavoro.gov.it · Ministero del Lavoro · cnel.it

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