Ricevere una lettera di licenziamento può essere un momento di grande incertezza, soprattutto se si ha il sospetto che la decisione del datore di lavoro non sia legata a motivi validi, ma a una forma di "ripicca". Se pensi di trovarti in una situazione simile, in questo articolo ti spieghiamo cos'è il licenziamento ritorsivo e quali tutele ti sono riconosciute dalla legge.
Per affrontare la situazione con la giusta sicurezza, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in licenziamenti di natura ritorsiva.
Cos’è esattamente un licenziamento ritorsivo?
Il licenziamento ritorsivo è l'atto con cui un datore di lavoro interrompe il rapporto di lavoro non per ragioni oggettive o disciplinari, ma per punire un dipendente che ha esercitato un proprio diritto.
Si tratta di una vera e propria rappresaglia, che può scattare in seguito a comportamenti del lavoratore del tutto legittimi, come:
- aver avviato una causa contro l'azienda;
- essersi rifiutato di svolgere una mansione illecita;
- aver denunciato abusi o irregolarità.
La caratteristica fondamentale di questo tipo di licenziamento è che l'intento di "ripicca" del datore di lavoro deve essere stato il motivo unico ed esclusivo del recesso.
Un licenziamento di questo tipo è sempre considerato nullo, a prescindere dalle dimensioni dell’azienda o dal numero di dipendenti.
Cosa ti spetta se il licenziamento è ritorsivo?
Se un giudice accerta che il licenziamento ha avuto carattere ritorsivo, le tutele previste per il lavoratore sono molto forti.
In particolare, hai diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro, cioè a tornare a svolgere la tua mansione precedente. Oltre a questo, ti spetta un risarcimento pieno, ovvero un'indennità calcolata su tutte le retribuzioni che avresti dovuto percepire dal giorno del licenziamento fino a quello della tua effettiva reintegra.
La legge ti offre anche un'alternativa. Se non desideri tornare a lavorare in azienda, puoi scegliere di rinunciare alla reintegrazione e ricevere in cambio un'indennità sostitutiva, pari a 15 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto.
Come puoi dimostrare che il licenziamento è stato una ritorsione?
A differenza di altre forme di licenziamento illegittimo, come quello discriminatorio, nel caso del licenziamento ritorsivo l'onere della prova spetta al lavoratore.
Questo significa che dovrai essere tu a dimostrare in giudizio che l'intento di rappresaglia del datore di lavoro è stato l'unico e determinante fattore che ha portato alla fine del rapporto.
Per farlo, puoi avvalerti di prove e presunzioni, cioè di elementi che, messi insieme, possono far emergere il vero motivo del licenziamento. Alcuni esempi includono:
- una tempistica sospetta, ad esempio un licenziamento avvenuto subito dopo una tua richiesta di congedo parentale o una denuncia all'Ispettorato del Lavoro;
- l'assoluta infondatezza delle contestazioni disciplinari usate come pretesto;
- la presenza di precedenti episodi di ritorsione o di un clima ostile nei tuoi confronti dopo l'esercizio di un tuo diritto.
Cosa devi fare in concreto per difenderti?
Se ritieni di aver subito un licenziamento ritorsivo, è fondamentale agire tempestivamente.
Hai 60 giorni di tempo dalla ricezione della lettera di licenziamento per impugnarlo. L'impugnazione deve essere fatta con una comunicazione scritta, inviata all'azienda tramite raccomandata o PEC.
Successivamente, dovrai avviare un'azione legale per far valere i tuoi diritti. Data la complessità della materia, è cruciale farsi assistere da un legale o da un sindacato per impostare la strategia difensiva più corretta.
Hai ancora dubbi sul licenziamento ritorsivo?
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