Se hai inviato una richiesta per un tentativo di conciliazione al tuo datore di lavoro e non hai ricevuto risposta, oppure ti è arrivato un rifiuto esplicito, è naturale sentirsi disorientati. In questo articolo vedremo insieme quali sono i termini da rispettare e i passi giusti da compiere quando la controparte non aderisce.
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In cosa consiste il tentativo di conciliazione in ambito lavorativo?
Il tentativo di conciliazione è una procedura che punta a risolvere una controversia tra lavoratore e datore di lavoro - come un licenziamento o il mancato pagamento di stipendi - senza dover arrivare davanti a un giudice.
Si svolge solitamente presso una commissione istituita all'Ispettorato Territoriale del Lavoro e rappresenta un passaggio preliminare prima di poter avviare una vera e propria causa in tribunale.
Cosa succede se il datore di lavoro non aderisce alla conciliazione?
La mancata adesione da parte del datore di lavoro può avvenire in due modi: con un rifiuto esplicito oppure, più comunemente, lasciando trascorrere i termini previsti dalla legge senza dare alcuna risposta.
La legge stabilisce che il silenzio dell'azienda per 20 giorni dalla ricezione della richiesta equivale a un rifiuto.
Questo evento, sebbene possa sembrare un ostacolo, in realtà sblocca la possibilità di procedere per le vie legali. Le conseguenze sono diverse per le due parti:
- Per il lavoratore: La mancata adesione fa scattare un termine perentorio di 60 giorni per depositare il ricorso presso il tribunale competente e avviare la causa.
- Per il datore di lavoro: Un rifiuto ingiustificato può essere valutato negativamente dal giudice nel successivo processo. Inoltre, l'Ispettorato del Lavoro ha la facoltà di avviare accertamenti ispettivi nei confronti dell'azienda.
Quali sono i termini perentori da non superare?
La gestione delle tempistiche è l'aspetto più delicato e importante di tutta la procedura. Sbagliare i calcoli significa perdere il diritto di agire in giudizio.
La sequenza temporale da monitorare con la massima attenzione è la seguente:
- 20 giorni: È il tempo che la legge concede al datore di lavoro per accettare o rifiutare la richiesta di conciliazione, a partire dal giorno in cui la riceve tramite PEC o raccomandata.
- 60 giorni: È il termine perentorio - cioè non prorogabile - che inizia a decorrere dal giorno in cui il tentativo di conciliazione si considera fallito. Entro questi 60 giorni, il lavoratore deve depositare in tribunale l'atto di ricorso redatto dal suo legale.
Cosa fare ora, in pratica?
Una volta accertata la mancata adesione, è fondamentale agire in modo ordinato e tempestivo. I passi da compiere sono pochi ma essenziali.
- Verificare le tempistiche: Calcola con precisione la data di scadenza dei 60 giorni, partendo dal ventesimo giorno successivo alla data di ricezione della richiesta da parte dell'azienda.
- Conservare la documentazione: È cruciale avere una copia della richiesta di conciliazione inviata e, soprattutto, della ricevuta di ritorno della raccomandata o della ricevuta di consegna della PEC. Questi documenti provano la data di avvio della procedura.
- Rivolgersi a un legale o a un sindacato: Per predisporre il ricorso da depositare in tribunale è necessario il supporto di un professionista. Puoi rivolgerti a un patronato, a una sede sindacale - come CGIL, CISL o UIL - oppure a un avvocato con esperienza in diritto del lavoro.
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