Subire un licenziamento può essere un'esperienza complessa e destabilizzante, ma è importante sapere che in determinate circostanze la legge prevede una tutela fondamentale: il reintegro. In questo articolo vedremo nel dettaglio cosa significa e in quali casi un lavoratore ha diritto a essere riammesso in servizio.
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Cos'è esattamente il reintegro sul posto di lavoro?
Il reintegro è un ordine emesso da un giudice che impone al datore di lavoro di riammettere in servizio un dipendente il cui licenziamento è stato dichiarato illegittimo.
Non si tratta di una nuova assunzione, ma del ripristino del rapporto di lavoro originario, come se non si fosse mai interrotto.
Oltre a tornare a occupare la propria posizione, il lavoratore ha diritto a un risarcimento economico che copre tutte le retribuzioni non percepite dal giorno del licenziamento fino all'effettivo rientro. Il datore di lavoro è inoltre tenuto a versare i relativi contributi previdenziali e assistenziali per tutto il periodo.
Quando spetta il diritto al reintegro?
La legge riserva la tutela del reintegro ai casi più gravi di licenziamento illegittimo. Le situazioni principali in cui un giudice può disporre la riammissione in servizio includono:
- Licenziamento nullo: Si verifica quando il licenziamento è discriminatorio - per motivi di sesso, razza, religione, opinioni politiche - oppure ritorsivo, cioè una vendetta per aver esercitato un proprio diritto. Rientrano in questa categoria anche i licenziamenti intimati durante il matrimonio o nei periodi di tutela per maternità e paternità.
- Licenziamento orale: Il licenziamento deve essere sempre comunicato in forma scritta. Se avviene solo a voce, è considerato inefficace e il lavoratore ha diritto al reintegro.
- Insussistenza del fatto materiale: Nei licenziamenti disciplinari, il reintegro scatta quando il fatto contestato al dipendente risulta inesistente in modo palese e incontrovertibile.
- Violazione del Contratto Collettivo: Grazie a recenti sentenze della Corte Costituzionale, il reintegro è previsto anche quando il CCNL di riferimento, per la specifica infrazione commessa dal lavoratore, stabilisce una sanzione più lieve e conservativa, come una sospensione, e non il licenziamento.
Le tutele cambiano in base alla data di assunzione e alle dimensioni dell'azienda?
Sì, il diritto al reintegro e le tutele generali contro i licenziamenti illegittimi dipendono dal regime normativo applicabile al rapporto di lavoro, che è legato principalmente alla data di assunzione.
Per i lavoratori assunti con contratto a tutele crescenti - ovvero dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del Jobs Act - il reintegro è limitato ai soli casi di licenziamento nullo e di insussistenza del fatto materiale contestato. In molte altre ipotesi di illegittimità, la legge prevede solo un indennizzo economico.
Per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015 o che operano in aziende di maggiori dimensioni, si applicano invece le tutele più ampie previste dall'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che rendono il reintegro una conseguenza più frequente in caso di licenziamento giudicato illegittimo.
Sono obbligato a tornare in azienda se il giudice ordina il reintegro?
No, il reintegro è un diritto del lavoratore, non un obbligo. A volte, il clima aziendale può essere diventato insostenibile o si può preferire semplicemente chiudere il capitolo e guardare avanti.
La legge offre un'alternativa. Entro 30 giorni dalla comunicazione della sentenza, il dipendente può scegliere di rinunciare al rientro in azienda e chiedere, in sostituzione, un'indennità risarcitoria.
Questa indennità è fissata per legge e corrisponde a 15 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto.
Qual è la differenza tra reintegrazione e riassunzione?
La differenza è sostanziale. La reintegrazione, come abbiamo visto, ripristina il rapporto di lavoro originario senza interruzioni. Dal punto di vista giuridico, è come se il licenziamento non fosse mai avvenuto.
La riassunzione, invece, comporta la creazione di un rapporto di lavoro completamente nuovo. Anche se un lavoratore licenziato viene riassunto dalla stessa azienda, il suo contratto precedente resta chiuso e se ne apre uno nuovo, con possibili conseguenze su anzianità di servizio e altre condizioni.
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