Giusto.

    Se mi licenzio: cosa mi spetta tra tfr e disoccupazione

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    Se stai valutando di presentare le dimissioni volontarie, è naturale avere dubbi su ciò che spetta al termine del rapporto di lavoro. In questo articolo faremo chiarezza sui tuoi diritti, in particolare per quanto riguarda il Trattamento di Fine Rapporto e l'indennità di disoccupazione. Per affrontare la situazione con la massima sicurezza e senza commettere errori, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in materia di dimissioni e diritti dei lavoratori.

    Cosa mi spetta se mi licenzio volontariamente?

    Quando un lavoratore decide di interrompere il proprio rapporto di lavoro, ha sempre e comunque diritto a percepire il Trattamento di Fine Rapporto - TFR - maturato fino a quel momento. Questo è un diritto inderogabile.

    Diverso è il discorso per l'indennità di disoccupazione, conosciuta come NASpI, che generalmente non spetta a chi si dimette di sua spontanea volontà, salvo alcune specifiche eccezioni che vedremo a breve.

    Il TFR mi spetta sempre?

    Sì, il diritto al TFR è garantito in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato. Non fa alcuna differenza se le dimissioni sono volontarie, se si viene licenziati, se il contratto si conclude per risoluzione consensuale o se si va in pensione.

    Il datore di lavoro ha l'obbligo di corrispondere al dipendente la somma accumulata nel corso degli anni, chiamata anche liquidazione.

    Chi si dimette volontariamente ha diritto alla disoccupazione NASpI?

    In linea generale, no. La Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego - NASpI - è una prestazione economica pensata per sostenere i lavoratori che hanno perso il lavoro in modo involontario.

    Le dimissioni volontarie non rientrano in questa casistica. Esistono però delle eccezioni importanti, in cui le dimissioni vengono equiparate a una perdita involontaria del lavoro e danno quindi diritto alla NASpI. I casi principali sono:

    • Dimissioni per giusta causa, provocate da un comportamento grave del datore di lavoro, come il mancato pagamento dello stipendio, mobbing, molestie sessuali o un demansionamento illecito.
    • Dimissioni presentate durante il periodo di maternità tutelato, che va da 300 giorni prima della data presunta del parto fino al compimento del primo anno di vita del bambino.
    • Risoluzione consensuale del rapporto di lavoro avvenuta nell'ambito di una procedura di conciliazione presso la Direzione Territoriale del Lavoro.
    • Risoluzione consensuale a seguito del rifiuto del lavoratore di essere trasferito a un'altra sede della stessa azienda, quando questa dista oltre 50 km dalla residenza del lavoratore o non è facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.

    Cosa perdo con le dimissioni volontarie?

    Presentando le dimissioni volontarie, al di fuori delle eccezioni viste, si perde principalmente il diritto a percepire l'indennità di disoccupazione.

    Oltre a questo, se non si rispetta il periodo di preavviso stabilito dal proprio Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro - CCNL - il datore di lavoro può trattenere dalla busta paga finale una somma corrispondente, la cosiddetta indennità sostitutiva del preavviso.

    È meglio dare le dimissioni o farsi licenziare?

    Non esiste una risposta unica, poiché la scelta dipende dalle circostanze personali e professionali.

    "Farsi licenziare" consente, in linea di principio, di accedere alla NASpI, ma è una strada non sempre percorribile e che può avere implicazioni sulla propria carriera. Concordare un licenziamento o indurre il datore di lavoro a procedere in tal senso può essere complesso e rischioso.

    Le dimissioni, d'altra parte, offrono pieno controllo sulla decisione e sui tempi, ma comportano la rinuncia al sussidio di disoccupazione. La scelta migliore va ponderata attentamente, magari valutando le eccezioni che danno diritto alla NASpI anche in caso di dimissioni.

    Cos'è il licenziamento silenzioso o quiet firing?

    Il termine "quiet firing", o licenziamento silenzioso, descrive una serie di comportamenti messi in atto dal datore di lavoro con l'obiettivo di spingere il dipendente a dimettersi spontaneamente.

    Non si tratta di un licenziamento formale, ma di un atteggiamento che mira a creare un ambiente di lavoro ostile o demotivante. Alcuni esempi includono:

    • Escludere il lavoratore da riunioni e progetti importanti.
    • Non fornire aumenti di stipendio o opportunità di carriera.
    • Assegnare compiti dequalificanti o, al contrario, un carico di lavoro irragionevole.
    • Limitare la comunicazione e il feedback professionale.

    Queste pratiche, se provate, possono in alcuni casi configurare una giusta causa per le dimissioni, dando così diritto alla NASpI.

    Hai dubbi sulle tue dimissioni e su cosa ti spetta?

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