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    Jobs act licenziamento: cosa prevede la normativa

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    Affrontare un licenziamento può essere un'esperienza complessa e fonte di grande incertezza, soprattutto quando si tratta di comprendere la normativa specifica che regola il proprio rapporto di lavoro.

    Se il tuo contratto è disciplinato dal Jobs Act, in questo articolo troverai una guida chiara su cosa prevede la legge in questi casi, quali sono i tuoi diritti e le tutele a tua disposizione. Per affrontare la situazione con la massima sicurezza e capire subito come muoverti, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina per parlare in modo gratis e senza impegno con un avvocato specializzato in questioni legate a Jobs act licenziamento normattiva.

    Chi rientra nella normativa del Jobs Act?

    La disciplina del Jobs Act, introdotta con il Decreto Legislativo n. 23 del 2015, non si applica a tutti i lavoratori in modo indiscriminato.

    Riguarda specificamente i lavoratori assunti con un contratto di lavoro a tempo indeterminato a partire dal 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del decreto. Questo regime è noto come "contratto a tutele crescenti".

    Sono invece esclusi dall'applicazione di questa normativa:

    • I lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015, per i quali continua a valere la disciplina precedente, principalmente l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
    • I dipendenti pubblici, salvo alcune eccezioni.
    • I dirigenti.

    Cosa prevede il Jobs Act in caso di licenziamento illegittimo?

    La novità più significativa introdotta dal Jobs Act riguarda le conseguenze di un licenziamento giudicato illegittimo. La regola generale non è più la reintegrazione nel posto di lavoro, ma il diritto del lavoratore a ricevere un'indennità economica.

    L'importo di questa indennità è commisurato all'anzianità di servizio: è pari a due mensilità dell'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR per ogni anno di servizio.

    La legge fissa dei limiti: l'indennità non può essere inferiore a sei mensilità e non può superare le trentasei mensilità.

    È possibile la reintegrazione nel posto di lavoro?

    Sì, ma solo in casi specifici e di particolare gravità. La reintegrazione nel posto di lavoro, che era la regola con la normativa precedente, con il Jobs Act diventa l'eccezione.

    Il giudice può disporre la reintegrazione del lavoratore esclusivamente nelle seguenti ipotesi di licenziamento:

    • Discriminatorio: quando il licenziamento è motivato da ragioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o sindacali.
    • Nullo: per esempio, intimato in concomitanza con il matrimonio o durante il periodo di maternità.
    • Orale: quando il licenziamento non viene comunicato per iscritto.
    • Disciplinare: solo se viene dimostrata in giudizio l'insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore.

    In questi casi, oltre alla reintegrazione, al lavoratore spetta anche un risarcimento del danno e il versamento dei contributi previdenziali.

    Come funziona l'offerta di conciliazione?

    Per evitare il contenzioso in tribunale, il Jobs Act ha introdotto uno strumento chiamato "offerta di conciliazione".

    Entro i termini per impugnare il licenziamento, il datore di lavoro può offrire al lavoratore una somma di denaro esente da tasse e contributi. L'importo è pari a una mensilità per ogni anno di servizio, con un minimo di tre e un massimo di ventisette mensilità.

    Se il lavoratore accetta questa somma, rinuncia alla possibilità di impugnare il licenziamento in futuro.

    Hai ancora dubbi sul licenziamento con il Jobs Act?

    Qualora desiderassi analizzare la tua situazione specifica per capire quali sono i prossimi passi da compiere, puoi compilare il modulo che trovi qui sotto. Ti permetterà di parlare gratis e senza impegno con un avvocato specializzato in questioni legate alla normativa del Jobs Act sui licenziamenti.

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