Ricevere una lettera di licenziamento può generare grande incertezza e preoccupazione. È fondamentale sapere che la legge prevede tutele specifiche qualora il recesso del datore di lavoro non rispetti le norme vigenti.
In questo articolo faremo chiarezza sulle conseguenze di un licenziamento illegittimo, sulle tutele a disposizione del lavoratore e sulle diverse forme di risarcimento previste.
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Quali sono le conseguenze di un licenziamento illegittimo?
Le conseguenze a carico del datore di lavoro per un licenziamento ritenuto illegittimo non sono sempre le stesse. Variano in base a diversi fattori, tra cui:
- la data di assunzione del lavoratore - prima o dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del Jobs Act;
- le dimensioni dell'azienda - con più o meno di 15 dipendenti;
- il motivo specifico per cui il licenziamento è stato dichiarato illegittimo - ad esempio perché discriminatorio, ritorsivo o privo di giusta causa.
Le principali conseguenze possono essere la reintegrazione nel posto di lavoro oppure il versamento di un'indennità economica a favore del lavoratore.
Qual è il risarcimento per un illegittimo licenziamento?
Il risarcimento economico, o indennità, è una delle conseguenze più comuni. L'importo varia notevolmente a seconda della gravità della violazione e della normativa applicabile.
Nei casi più gravi, come il licenziamento nullo - perché discriminatorio o ritorsivo - il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e a un risarcimento pari a tutte le retribuzioni perse dal giorno del licenziamento fino alla reintegra effettiva.
Per altri tipi di licenziamento illegittimo, l'indennità può variare da un minimo di 2 a un massimo di 24 mensilità, a seconda dell'anzianità di servizio e delle altre circostanze del caso. Per i lavoratori assunti con le tutele crescenti del Jobs Act, l'indennità è calcolata in base all'anzianità di servizio.
Quali tutele ha il lavoratore?
La principale tutela per il lavoratore che ritiene di aver subito un licenziamento illegittimo è il diritto di impugnarlo.
L'impugnazione è l'atto formale con cui si contesta la validità del licenziamento e si avvia un percorso, prima stragiudiziale e poi eventualmente giudiziale, per far valere i propri diritti.
Questo percorso mira a ottenere dal giudice l'annullamento del licenziamento e la condanna del datore di lavoro alle conseguenze previste dalla legge, che possono essere, come visto, la reintegrazione o il pagamento di un'indennità risarcitoria.
Come si impugna un licenziamento illegittimo?
Per impugnare un licenziamento è necessario agire tempestivamente, rispettando scadenze molto precise.
La legge prevede un termine di 60 giorni dalla ricezione della lettera di licenziamento per comunicare al datore di lavoro, tramite una lettera scritta, la volontà di contestare il provvedimento.
Successivamente, entro i 180 giorni successivi, è necessario depositare il ricorso presso il tribunale del lavoro. Il mancato rispetto di questi termini comporta la perdita del diritto di contestare il licenziamento.
Quali sono le conseguenze di un licenziamento in prova illegittimo?
Anche durante il periodo di prova il licenziamento può essere illegittimo. Sebbene il datore di lavoro abbia maggiore libertà di recesso, non può agire in modo arbitrario o per motivi illeciti.
Un licenziamento durante la prova è considerato illegittimo se:
- il patto di prova non è stato formalizzato per iscritto;
- la prova non è stata effettivamente consentita;
- il licenziamento è avvenuto per un motivo discriminatorio, ritorsivo o comunque non collegato all'esito della prova stessa.
In questi casi, le conseguenze possono includere il diritto del lavoratore a proseguire il periodo di prova o a ricevere un risarcimento del danno.
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