Subire un licenziamento per giusta causa può essere un'esperienza destabilizzante, soprattutto quando si ritiene che la decisione dell'azienda sia ingiusta o infondata. La legge, tuttavia, prevede tutele specifiche per i lavoratori in questi casi, tra cui la possibilità di essere reintegrati nel proprio posto di lavoro.
In questo articolo vedremo insieme quando un licenziamento può essere ritenuto illegittimo e quali sono le condizioni previste dalla normativa per ottenere il reintegro. Per affrontare la situazione con le giuste certezze, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in materia di licenziamenti illegittimi e nelle relative procedure di impugnazione.
Quando spetta il reintegro dopo un licenziamento per giusta causa?
Il reintegro, o tutela reintegratoria, non è una conseguenza automatica di ogni licenziamento illegittimo. La legge lo riserva ai casi più gravi, in cui il provvedimento espulsivo del datore di lavoro risulta viziato da difetti sostanziali.
Il reintegro obbliga l'azienda a riammettere il dipendente in servizio, annullando di fatto gli effetti del licenziamento.
I casi principali in cui è previsto sono:
- Licenziamento discriminatorio o ritorsivo, ovvero basato su ragioni illecite e non collegato a un comportamento del lavoratore. Questa tutela si applica a prescindere dal numero di dipendenti dell'azienda.
- Insussistenza del fatto contestato, quando il fatto materiale che ha portato al licenziamento non è mai avvenuto oppure non costituisce un illecito disciplinare che possa giustificare una sanzione così grave.
- Licenziamento comunicato solo oralmente, che è considerato giuridicamente inesistente.
È importante notare che le tutele possono variare in base alla data di assunzione del lavoratore - prima o dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del Jobs Act - e alle dimensioni dell'impresa.
Cosa prevede la tutela reintegratoria?
Quando un giudice accerta l'illegittimità del licenziamento e ordina il reintegro, le conseguenze per il datore di lavoro sono significative.
Oltre a dover riammettere il lavoratore nelle sue precedenti mansioni, l'azienda è tenuta a corrispondergli un risarcimento del danno. Questo risarcimento è pari a tutte le retribuzioni che il dipendente avrebbe percepito dal giorno del licenziamento fino a quello della reintegrazione effettiva, con un importo minimo garantito di cinque mensilità.
In aggiunta, il datore di lavoro deve provvedere al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali per tutto il periodo intercorso tra il licenziamento e il reintegro.
Quanto spetta se si sceglie di non rientrare al lavoro?
La legge offre al lavoratore un'alternativa al rientro effettivo in azienda.
Dopo la sentenza che ordina il reintegro, il dipendente ha la facoltà di scegliere, al posto della riammissione in servizio, di ricevere un'indennità sostitutiva.
L'importo di questa indennità è fissato dalla legge ed è pari a quindici mensilità dell'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR. Esercitando questa opzione, il rapporto di lavoro si considera risolto.
Come e in quanto tempo si deve contestare il licenziamento?
Per far valere i propri diritti e avviare un'azione legale finalizzata al reintegro è fondamentale agire con tempestività, rispettando scadenze precise.
La procedura si articola in due passaggi:
- Impugnazione scritta: il licenziamento deve essere contestato per iscritto, tramite una lettera inviata al datore di lavoro, entro 60 giorni dalla data in cui si è ricevuta la comunicazione.
- Deposito del ricorso: successivamente, entro i 180 giorni seguenti, è necessario depositare il ricorso presso la cancelleria del tribunale competente.
Il mancato rispetto di questi termini comporta la decadenza dal diritto di impugnare il licenziamento.
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