Ricevere una lettera di licenziamento è un momento complesso, che spesso porta con sé molte domande, soprattutto di natura economica. Se ti trovi in questa situazione, è normale chiedersi quali siano i costi che un datore di lavoro deve sostenere e, soprattutto, quali sono le somme che ti spettano di diritto. In questo articolo faremo chiarezza proprio su questi aspetti.
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Cosa deve pagare un titolare se licenzia un dipendente?
Sì, quando un datore di lavoro interrompe un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, è tenuto per legge a corrispondere una serie di pagamenti.
Questi obblighi economici non riguardano solo le somme dovute direttamente al lavoratore, ma includono anche un contributo obbligatorio verso l'INPS.
I costi principali a carico dell'azienda si possono riassumere in tre categorie:
- Le spettanze di fine rapporto maturate dal dipendente.
- L'eventuale indennità sostitutiva del preavviso.
- Il ticket di licenziamento da versare all'INPS.
Quanto costa per un datore di lavoro licenziare un dipendente a tempo indeterminato?
I costi variano in base all'anzianità di servizio del dipendente, al suo contratto e alle circostanze specifiche del licenziamento.
La voce di costo più prevedibile è il cosiddetto "ticket NASpI" o ticket di licenziamento. Si tratta di un contributo che l'azienda versa all'INPS per finanziare l'indennità di disoccupazione. Per il 2026, l'importo di riferimento è di circa 649,73 euro per ogni anno di anzianità di servizio, fino a un massimo di tre anni. Il costo massimo del ticket per un singolo licenziamento ammonta quindi a 1.941,19 euro.
A questa cifra si aggiungono le spettanze di fine rapporto, che includono il Trattamento di Fine Rapporto - TFR, le ferie e i permessi non goduti, e i ratei di tredicesima e quattordicesima mensilità.
Infine, se il datore di lavoro decide di interrompere il rapporto senza rispettare il periodo di preavviso previsto dal contratto, deve pagare anche un'indennità sostitutiva del preavviso.
Chi paga la disoccupazione, l'INPS o il datore di lavoro?
L'indennità di disoccupazione, conosciuta come NASpI, è pagata direttamente dall'INPS al lavoratore che ne ha diritto.
Il datore di lavoro non paga la disoccupazione al dipendente. Tuttavia, come abbiamo visto, ha l'obbligo di versare all'INPS il ticket di licenziamento, un contributo che serve proprio a finanziare il sistema di ammortizzatori sociali, inclusa la NASpI.
In pratica, l'azienda contribuisce al sistema che erogherà il sussidio al lavoratore licenziato.
Cosa spetta al dipendente quando viene licenziato?
Al momento della cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, al dipendente spettano diverse somme, comunemente definite "spettanze di fine rapporto".
Queste includono:
- Il Trattamento di Fine Rapporto, o TFR, maturato durante l'intera durata del rapporto di lavoro.
- L'indennità per le ferie maturate e non godute.
- L'indennità per i permessi maturati e non goduti.
- I ratei della tredicesima mensilità e, se prevista dal contratto, della quattordicesima.
- L'eventuale indennità sostitutiva del preavviso, nel caso in cui il datore di lavoro scelga di non far lavorare il dipendente durante il periodo di preavviso.
Cosa paga il datore di lavoro in caso di dimissioni volontarie?
In caso di dimissioni volontarie da parte del lavoratore, il datore di lavoro è comunque tenuto a pagare tutte le spettanze di fine rapporto maturate fino a quel momento.
Questo significa che il dipendente riceverà il TFR, il pagamento delle ferie e dei permessi residui e i ratei delle mensilità aggiuntive.
La differenza sostanziale rispetto al licenziamento è che l'azienda non deve versare il ticket NASpI all'INPS. Inoltre, se è il lavoratore a non rispettare il periodo di preavviso, sarà lui a dover corrispondere un'indennità all'azienda.
È meglio licenziarsi o farsi licenziare?
Dal punto di vista puramente economico e previdenziale, essere licenziati offre una tutela maggiore rispetto alle dimissioni volontarie.
Il motivo principale è l'accesso alla NASpI. Un lavoratore licenziato, se possiede i requisiti contributivi, ha diritto a ricevere l'indennità di disoccupazione. Al contrario, chi si dimette volontariamente non ha accesso a questo sussidio, salvo rare eccezioni come le dimissioni per giusta causa.
La scelta, tuttavia, dipende sempre dalle circostanze personali e professionali di ciascuno.
Cos'è il licenziamento silenzioso?
Il licenziamento silenzioso, o quiet firing, non è una procedura di licenziamento formale.
Si tratta piuttosto di un insieme di comportamenti messi in atto dal datore di lavoro con l'obiettivo di spingere il dipendente a dare le dimissioni. Questi atteggiamenti possono includere l'esclusione da progetti importanti, la mancata assegnazione di aumenti o promozioni, o un generale clima di isolamento.
Pur non essendo un licenziamento vero e proprio, tali condotte possono essere considerate illegittime e avere conseguenze legali.
Hai ancora dubbi su cosa deve pagare il datore di lavoro se ti licenzia?
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