Un licenziamento può generare grande incertezza, specialmente quando si nutrono dubbi sulla sua legittimità. Se ti trovi in questa situazione, è fondamentale conoscere le più recenti evoluzioni normative e giurisprudenziali. In questo articolo esploreremo le novità introdotte da importanti sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione in materia di risarcimento, con un'attenzione particolare alle tutele per i lavoratori delle piccole imprese.
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Quali sono le novità della corte costituzionale sui risarcimenti?
La svolta principale è arrivata con la sentenza n. 118 del 21 luglio 2025. Con questa decisione, la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il limite massimo di 6 mensilità per l'indennità risarcitoria prevista in caso di licenziamento illegittimo nelle piccole imprese.
Questa sentenza ha eliminato una significativa disparità di trattamento tra i lavoratori di aziende con meno di 16 dipendenti e quelli di aziende più grandi.
Ora, il giudice ha la facoltà di stabilire un risarcimento superiore a tale soglia, valutando caso per caso la gravità della situazione e altri elementi specifici.
Cosa cambia per il licenziamento illegittimo nelle piccole imprese?
Il cambiamento è sostanziale. Prima della sentenza 118/2025, il risarcimento per un lavoratore di una piccola impresa ingiustamente licenziato non poteva superare le 6 mensilità di retribuzione. Oggi questo tetto rigido non esiste più.
Un esempio concreto di questa nuova applicazione si trova nella sentenza n. 241/2025 del Tribunale di La Spezia. In questo caso, i giudici hanno riconosciuto a un lavoratore un risarcimento pari a 8 mensilità, superando esplicitamente il vecchio limite e applicando i principi stabiliti dalla Corte Costituzionale.
Quando un licenziamento disciplinare è considerato illegittimo?
Un'altra importante indicazione arriva dalla Corte di Cassazione, con la sentenza n. 740 del 13 gennaio 2026, che riguarda i licenziamenti disciplinari.
Secondo la Cassazione, il licenziamento è da considerarsi illegittimo se la condotta contestata al lavoratore è punita dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro - il CCNL - con una sanzione conservativa, cioè non espulsiva.
In pratica, se il CCNL prevede per una determinata infrazione una punizione più lieve del licenziamento, il datore di lavoro non può procedere con l'interruzione del rapporto. Le sanzioni conservative includono, ad esempio:
- Richiamo verbale
- Ammonizione scritta
- Multa
- Sospensione dal servizio e dalla retribuzione
Se il datore di lavoro ignora queste disposizioni e licenzia comunque il dipendente, la sua decisione può essere impugnata come illegittima.
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