Ricevere una comunicazione di licenziamento può generare grande incertezza, soprattutto quando si tratta del pubblico impiego, un settore con regole e procedure specifiche. Rispettare le scadenze è fondamentale per non perdere il diritto di contestare la decisione. In questo articolo troverai una guida chiara sui termini previsti dalla legge per agire correttamente.
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Un dipendente pubblico può essere licenziato?
Sì, contrariamente a un'idea diffusa, anche un dipendente pubblico può essere licenziato.
Questo vale in particolare per i rapporti di lavoro che rientrano nel cosiddetto "pubblico impiego privatizzato", regolato dal Decreto Legislativo 165/2001. La legge prevede specifiche ipotesi di licenziamento, sia per motivi disciplinari sia per giustificato motivo oggettivo.
Qual è il termine per impugnare un licenziamento nel pubblico impiego?
Per impugnare un licenziamento nel pubblico impiego è necessario rispettare due termini fondamentali, uno successivo all'altro. La legge stabilisce una procedura a due fasi, entrambe obbligatorie.
- Entro 60 giorni bisogna effettuare l'impugnazione stragiudiziale.
- Entro i successivi 180 giorni bisogna depositare il ricorso in tribunale o avviare un tentativo di conciliazione.
Il mancato rispetto del primo termine di 60 giorni comporta la decadenza dal diritto di impugnare, rendendo il licenziamento definitivo.
Da quando decorre il termine di 60 giorni per impugnare?
Il termine di 60 giorni inizia a decorrere dal momento in cui il dipendente riceve la comunicazione scritta del licenziamento.
Se i motivi del licenziamento non sono indicati nella prima comunicazione e vengono forniti in un secondo momento su richiesta del lavoratore, il termine decorre dalla ricezione di questi ultimi.
Come si impugna il licenziamento entro 60 giorni?
L'impugnazione da effettuare entro 60 giorni è di tipo stragiudiziale.
Consiste in una qualsiasi comunicazione scritta - come una lettera raccomandata o una PEC - inviata dal lavoratore o dal suo avvocato all'amministrazione pubblica, con cui si manifesta chiaramente la volontà di contestare la validità del licenziamento.
E il termine di 180 giorni a cosa si riferisce?
Una volta inviata l'impugnazione stragiudiziale entro i primi 60 giorni, la legge impone un'azione successiva da compiere entro i 180 giorni seguenti.
Questo secondo termine si riferisce alla necessità di:
- depositare il ricorso giudiziario presso la cancelleria del Tribunale, in funzione di Giudice del Lavoro;
- oppure, in alternativa, comunicare alla controparte la richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato.
Da quando decorrono i 180 giorni?
Il termine di 180 giorni inizia a decorrere dal giorno in cui è stata spedita l'impugnazione stragiudiziale, ovvero la comunicazione scritta di contestazione inviata entro i primi 60 giorni.
Cosa succede se non si rispetta il termine di 180 giorni?
Il mancato rispetto del termine di 180 giorni rende l'impugnazione stragiudiziale inefficace.
In pratica, anche se la prima contestazione è stata inviata correttamente entro 60 giorni, non avviare l'azione giudiziaria o la conciliazione entro la seconda scadenza fa perdere ogni effetto alla contestazione iniziale, con la conseguenza che il licenziamento diventa definitivo e non più contestabile.
Questi termini si applicano a tutti i licenziamenti nel pubblico impiego?
Questi termini stringenti di 60 e 180 giorni si applicano ai rapporti di lavoro del pubblico impiego privatizzato.
In particolare, valgono sia per i:
- licenziamenti di natura disciplinare, avviati a seguito di un procedimento dell'Ufficio procedimenti disciplinari - UPD;
- licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, legati a ragioni organizzative o di bilancio dell'ente.
Hai ancora dubbi sui termini per l'impugnazione del licenziamento nel pubblico impiego?
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