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    Tutela reintegratoria debole: cos'è e quando si applica

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    Affrontare un licenziamento può essere un momento di grande incertezza, soprattutto quando si ritiene che sia avvenuto in modo illegittimo. Il sistema legale italiano prevede diversi strumenti di protezione per il lavoratore, ma non sempre è facile comprenderne le differenze.

    In questo articolo analizzeremo in dettaglio la tutela reintegratoria debole, uno strumento giuridico specifico introdotto per determinate situazioni, spiegando con chiarezza cos'è e quali sono le condizioni per la sua applicazione. Per affrontare la situazione con maggiore sicurezza, puoi compilare il modulo presente in cima a questa pagina e parlare in modo gratis e senza impegno con un avvocato specializzato in questioni legate a Tutela reintegratoria debole.

    Che cos'è la tutela reintegratoria?

    In termini generali, la tutela reintegratoria è il diritto del lavoratore, il cui licenziamento sia stato dichiarato illegittimo dal giudice, a essere reintegrato nel proprio posto di lavoro.

    Si tratta della massima forma di protezione prevista dall'ordinamento contro i licenziamenti ingiusti, perché mira a ripristinare il rapporto di lavoro esattamente com'era prima dell'interruzione voluta dal datore di lavoro.

    Cos'è la tutela reintegratoria debole o attenuata?

    La tutela reintegratoria debole - definita anche attenuata - è una forma di protezione intermedia, che si colloca tra la reintegrazione piena e la sola tutela basata su un indennizzo economico.

    Introdotta dalla Riforma Fornero, legge 92 del 2012, e confermata per i lavoratori assunti prima del Jobs Act, ha l'obiettivo di limitare la discrezionalità del giudice nell'annullare un licenziamento. Prevede il reintegro del lavoratore, ma con un risarcimento del danno più contenuto rispetto alla tutela piena.

    Quando si applica la tutela reintegratoria debole?

    Questa specifica forma di tutela si applica in caso di licenziamento per giustificato motivo soggettivo o per giusta causa che il giudice dichiara illegittimo, ma solo in due precise circostanze:

    • quando il fatto materiale contestato al lavoratore risulta insussistente in sede di giudizio;
    • quando il fatto contestato rientra tra le condotte che, secondo le previsioni dei contratti collettivi o dei codici disciplinari, sono punibili con una sanzione conservativa - ad esempio una multa o una sospensione - e non con il licenziamento.

    In questi casi, il lavoratore ha diritto sia alla reintegrazione nel posto di lavoro sia a un'indennità risarcitoria, che però non può superare le 12 mensilità della retribuzione.

    Cosa sono la tutela risarcitoria forte e debole?

    A differenza della tutela reintegratoria, la tutela risarcitoria non prevede il ritorno del lavoratore in azienda, ma solo il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento.

    La distinzione tra "forte" e "debole" si basa sull'ammontare di questo indennizzo economico, che varia a seconda della gravità del vizio del licenziamento e delle dimensioni dell'azienda. In sostanza, una tutela risarcitoria forte corrisponde a un indennizzo più elevato, mentre una tutela debole a un indennizzo di importo inferiore.

    Quali sono i requisiti per l'azione di reintegrazione?

    Il requisito fondamentale per poter chiedere la reintegrazione è che il licenziamento venga impugnato dal lavoratore e che un giudice ne accerti l'illegittimità.

    A seconda del tipo di illegittimità, si applicheranno poi le diverse tutele previste dalla legge. Per la tutela reintegratoria debole, come visto, i requisiti specifici sono l'insussistenza del fatto contestato o la previsione di una sanzione conservativa da parte del CCNL per quel determinato comportamento.

    La reintegrazione si applica anche in aziende con meno di 15 dipendenti?

    La disciplina delle tutele contro i licenziamenti illegittimi, inclusa la reintegrazione, è storicamente legata alle dimensioni dell'azienda.

    Generalmente, le forme di reintegrazione previste dall'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, come modificate dalle riforme successive, si applicano alle aziende con più di 15 dipendenti. Per le aziende più piccole, il sistema di tutele è diverso e prevede, nella maggior parte dei casi, una protezione di tipo esclusivamente economico.

    Quali licenziamenti non danno diritto alla NASpI?

    La NASpI, ossia l'indennità di disoccupazione, spetta ai lavoratori che hanno perso involontariamente il lavoro. Di conseguenza, non si ha diritto alla NASpI nei seguenti casi:

    • dimissioni volontarie, a meno che non siano avvenute per giusta causa;
    • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, salvo specifiche eccezioni previste dalla legge.

    Il licenziamento, anche se illegittimo, è considerato una perdita involontaria del lavoro e quindi, di norma, dà diritto a percepire la NASpI.

    Hai ancora dubbi sulla tutela reintegratoria debole?

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