Se ti stai chiedendo cosa succede quando le assenze per malattia si accumulano, è facile imbattersi nel limite dei 180 giorni. Tuttavia, questa soglia genera spesso confusione, poiché non sempre coincide con il periodo massimo di assenza consentito prima di rischiare il posto di lavoro.
In questa guida facciamo chiarezza sulla differenza fondamentale tra l'indennità di malattia pagata dall'INPS e il "periodo di comporto", spiegando come si calcolano i giorni di assenza e quali sono i veri limiti per la conservazione del posto. Per affrontare la situazione con la giusta sicurezza, ti invitiamo a cliccare il bottone che trovi qui sopra per parlare gratis e senza impegno con un avvocato con esperienza in materia di diritto del lavoro e di tutela del lavoratore in malattia.
I 180 giorni di malattia sono un limite annuale?
Sì, il limite di 180 giorni si riferisce all'anno solare, ovvero il periodo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre.
È importante sottolineare che questo non è un limite fissato dalla legge per il licenziamento, ma rappresenta il tetto massimo di giorni in un anno per cui l'INPS eroga l'indennità economica di malattia al lavoratore.
Dal quarto giorno di assenza, l'INPS corrisponde un'indennità pari a circa il 50% o 60% della retribuzione media giornaliera. Questa somma viene spesso integrata dal datore di lavoro, secondo quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro - CCNL - di riferimento.
Cosa succede se supero i 180 giorni di malattia in un anno?
Al superamento dei 180 giorni di assenza per malattia nell'anno solare, l'INPS interrompe il pagamento dell'indennità.
Questo non significa che il rapporto di lavoro si interrompa automaticamente. Se la prognosi medica prevede un'assenza più lunga, il dipendente ha il diritto di rimanere a casa, ma non percepirà più l'indennità da parte dell'INPS.
In alcuni casi, il CCNL può prevedere che l'azienda si faccia carico dell'intera retribuzione del lavoratore anche dopo la fine del sussidio INPS.
Quanti giorni di malattia posso fare in un anno per non essere licenziato?
Il numero di giorni di assenza per malattia che un lavoratore può accumulare senza rischiare il licenziamento non è fisso per tutti, né è stabilito dalla legge, se non in rare eccezioni.
Questo limite, noto come "periodo di comporto", è definito dal CCNL applicato al rapporto di lavoro.
La durata del periodo di comporto varia in modo significativo in base al contratto e, spesso, all'anzianità di servizio del dipendente. In genere, la soglia massima di assenze tollerata oscilla tra 180 giorni - 6 mesi - e 540 giorni - 18 mesi.
Come si calcolano i giorni di malattia per il comporto?
Le modalità di calcolo dei giorni di assenza per il periodo di comporto dipendono da quanto stabilito nel CCNL di riferimento. Esistono principalmente due tipologie:
- Comporto secco: si applica a un singolo e ininterrotto evento di malattia. Il conteggio dei giorni si azzera una volta che il lavoratore rientra in servizio. In altri casi, il calcolo può essere legato all'anno solare, ripartendo da zero il 1° gennaio di ogni anno.
- Comporto per sommatoria: è la modalità più comune e prevede che si sommino tutti i periodi di malattia, anche brevi e non continuativi, avvenuti in un determinato arco temporale, solitamente gli ultimi 3 anni.
Quanta malattia posso fare in 3 anni allora?
Se il tuo CCNL prevede un comporto per sommatoria, per sapere quanti giorni di malattia puoi fare devi considerare un orizzonte temporale mobile.
Il calcolo si effettua a ritroso a partire dall'ultimo giorno di malattia registrato. Si sommano tutte le assenze avvenute nei 3 anni precedenti a quella data.
Questo significa che i giorni di malattia più vecchi, che cadono al di fuori di questo triennio, non vengono più conteggiati nel calcolo complessivo. Per conoscere la soglia esatta e le regole specifiche, è fondamentale consultare il proprio CCNL.
Hai ancora dubbi sui 180 giorni di malattia e il calcolo del comporto?
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